Convegno 2018 2018-05-04T14:18:57+00:00

La Società del benessere al tempo della crisi

Dopo avere custodito l’insegnamento secondo il quale i diritti fondamentali sono indisponibili e universali, sostanzialmente intangibili da parte delle maggioranze politiche e dell’autonomia privata, scopriamo che i diritti alla salute, all’assistenza, all’istruzione, alla sicurezza e cosí via sono «comprimibili» nella misura richiesta dallo stato di salute (non delle persone ma) dei conti pubblici. E’ questo un «malinteso realismo» che rischia di cambiare il volto storico dei princípi costituzionali, ai quali ormai si fa appello nella logica della difesa del «minimo vitale» anziché della promozione di una realtà sociale che assicuri l’effettiva rimozione degli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona umana (artt. 2 e 3 Cost.).
Tutti diritti “costano”, ossia presuppongono organizzazioni e strutture che dipendono da investimenti selettivi di risorse scarse. Ed ancóra: tutti i diritti “contano”, nel senso che qualsiasi decisione relativa al «contenuto minimo» o alla platea dei beneficiari deve essere bilanciata con la tutela di altri interessi fondamentali e con la possibilità – reale e obiettiva – di disporre delle necessarie risorse economiche.
Alla fine della fiera, chi ha diritto e a cosa?
E soprattutto, da dove ripartire per assicurare una rinnovata base materiale alla Società del benessere?
E’ tempo di costruire una diversa forma di vita per le ricerche giuridiche sui temi del benessere: una forma adeguata all’attuale scenario segnato dalla crisi della finanza pubblica e da un mercato sempre meno funzionale al trasferimento della ricchezza verso le attività dell’economia reale che incontrano i bisogni sociali.
Il primo passo è ripensare l’effettività e la giustiziabilità dei diritti fondamentali come un problema strumentale: esso implica lo studio di nuove forme di cooperazione che servono a «riconnettere» le moderne istituzioni del diritto civile – la proprietà e l’impresa – con quel percorso di sviluppo sociale, intessuto di relazioni umane produttive, che aveva in mente in origine il nostro costituente.

Una finanza per il welfare?

Nell’attuale scenario economico i progetti che perseguono obiettivi di utilità sociale risultano spesso esclusi dal mercato dei capitali perché non sono in grado di soddisfare l’interesse economico del finanziatore. Normalmente, il ciclo vitale dell’impresa sociale sconta un divario strutturale tra introiti finanziari e benefici sociali. Tale divario è molto evidente nelle imprese che offrono beni e servizi gratuitamente o a condizioni socialmente desiderabili nei confronti delle persone deboli, svantaggiate o escluse: come l’assistenza socio-sanitaria e, più in generale, le attività rientranti nel settore dei servizi sociali; tuttavia il social-finance return gap caratterizza in una certa misura anche le attività tipicamente lucrative che incorporano nel metodo di produzione il loro obbiettivo sociale, oppure perseguono obiettivi di benessere mediante lo sfruttamento economico di risorse produttive (come l’utilizzazione ecosostenibile delle risorse naturali o la valorizzazione del patrimonio culturale).
In parole povere: l’impatto sul benessere è considerevole, tuttavia le attività che realizzano interessi generali possono risultare poco appetibili sul mercato dei capitali.

Il termine impact investment, più noto in Italia come finanza di impatto sociale, definisce un fenomeno di respiro internazionale caratterizzato da politiche che promuovono gli «investimenti legati ad obiettivi sociali misurabili in grado, allo stesso tempo, di generare un ritorno economico per gli investitori» (Global Impact Investing Network – GIIN, 2007). Com’è noto, il fenomeno si è affermato nel contesto anglo-americano per poi registrare un sensibile sviluppo a partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008, in conseguenza della grave involuzione vissuta nei sistemi sociali dei paesi più deboli dell’Eurozona.

Per quanto sia difficile identificare con precisione il fenomeno dell’impact investment, il collegamento tra risultati sociali e introiti finanziari costituisce il minimo comune denominatore dei diversi strumenti e delle politiche che ne sono alla base. In questo senso, la finanza di impatto postula la possibilità di coinvolgere nel finanziamento del welfare gli investitori che non sono alla ricerca dei più alti profitti, col minor rischio e nel più breve periodo, ma al contrario sono disponibili ad impegnarsi in un investimento di lungo periodo, in vista di conseguire un ritorno finanziario – pari o inferiore a quello di mercato – subordinato alla produzione di impatti sociali positivi misurabili.

In Italia la teoria della finanza di impatto ha influenzato i capisaldi della riforma del Terzo settore e dell’impresa sociale approvata nel 2017, con la quale il nostro Paese ha avviato una storica transizione dal modello di welfare redistributivo, basato sul prelievo fiscale, a un modello che aspira a convogliare i “capitali pazienti” nel finanziamento dei servizi di interesse generale. Per la prima volta il legislatore introduce la valutazione dell’impatto sociale (VIS) delle attività degli enti del Terzo settore, come base per una serie di cambiamenti che rendono possibile la co-produzione di beni e servizi di interesse generale ad opera di organizzazioni non profit, pubblica amministrazione e investitori privati.

La «via italiana» alla Finanza di impatto sociale

Nonostante l’attenzione dedicata al fenomeno a livello europeo e internazionale, gli strumenti finanziari più innovativi (social impact bond, piattaforme di social lending, crowdfunding, Quant Investment Funds ecc.) assumono ancora dimensioni embrionali nella prassi e rappresentano in massima parte oggetti sconosciuti per la scienza giuridica. Rispetto al segmento tradizionale degli investimenti sociali, nel quale sono già presenti intermediari ad operatività consolidata che operano secondo regole definite, l’utilizzo di questi strumenti nel nostro sistema deve fare i conti con l’assenza di una specifica regolamentazione oppure con l’incertezza dovuta a cornici normative inefficienti o inadeguate a valorizzare appieno le potenzialità del fenomeno. Di tutt’altro segno è l’attenzione dedicata ai prototipi di impact finance nel panorama scientifico europeo e di public policy a livello internazionale, dove si guarda con fiducia alla finanza di impatto come una possibile soluzione alle ricadute sociali della crisi economica: «uno strumento per rendere più efficace ed efficiente la spesa pubblica; un canale per veicolare risorse aggiuntive verso i settori più fragili del nostro stato sociale; un mezzo per rispondere a quei nuovi bisogni che caratterizzano la debolezza strutturale del welfare contemporaneo, quasi ipertrofico nel settore previdenziale, molto gracile, invece, nelle politiche di inclusione e di prevenzione» (Rapporto Italiano della Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8, p. 11).

Il nostro Paese è impegnato nella costruzione di una “via continentale” alle nuove frontiere dell’impact investment, che recepisca gli aspetti più innovativi delle esperienze straniere senza smarrire le nostre radici giuridiche e culturali. Tutto ciò pone immancabilmente l’accento sul momento regolativo, atteso il ruolo centrale che assume il diritto nella creazione di un «ecosistema regolamentare» improntato all’equilibrio ragionevole tra interessi degli utenti, tutela del risparmio e fiducia nel sistema.

Pensare in una ‘terra di mezzo’

Le politiche europee per una crescita sostenibile e inclusiva assegnano al Terzo settore un ruolo cruciale nella rigenerazione del benessere. Nondimeno tale ruolo resta marginale fintantoché il finanziamento delle attività di interesse generale provenga esclusivamente dal denaro pubblico o dalle liberalità. Questo modello di finanziamento del welfare non è più sostenibile soprattutto nelle Regioni meridionali, come la Puglia, dove la gran parte delle fonti di finanziamento del Terzo settore continua a gravare sulla struttura deficitaria dei bilanci pubblici.

Ripensare il problema dell’effettività dei diritti sociali sotto la lente della sostenibilità significa anzitutto guardare con occhi nuovi a quelle dinamiche generative di valore – ad un tempo umano e finanziario – che stanno emergendo in una controversa e poco esplorata ‘terra di mezzo’ tra lucro e idealità, scambio e condivisione, pubblico e privato, solidarietà e mercato.

Al tempo della crisi, grave è la tentazione di relegare i diritti sociali nella soffitta delle azzurre utopie che suonano di falso. Ma non è questo il tempo di svilire la legalità costituzionale a mero «archivio ideale» di «ciò che avrebbe dovuto essere e non è stato». E’ tempo invece per l’interprete di offrire il suo contributo alla costruzione di un’altra finanza, una finanza finalmente capace di riconnettere i tre settori dell’economia con quel paradigma di sviluppo, intessuto di relazioni umane produttive, che avevano in mente fin dall’origine i nostri costituenti.

Il Convegno è un’occasione di confronto e condivisione per ragionare su strumenti, interessi e scenari attuativi assieme ad autorevoli studiosi della materia, operatori del Terzo settore e ai rappresentanti delle istituzioni interessate a conoscere i modelli di finanza sostenibile per farne uso, come public policy tool, nei diversi ambiti del welfare.

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